02 settembre 2016

09 agosto 2016

JOHN DE LEO e UNESCO

Oltre che con immensa gratitudine, ricevo questo riconoscimento nella consapevolezza di ciò che esso significa, nelle responsabilità che implica; spero esserne all'altezza. Se questo riconoscimento mi viene conferito in merito al lavoro che svolgo, detto merito va condiviso con tutte quelle persone che mi supportano sempre, anche nelle scelte artistiche più rischiose e non riconosciute immediatamente dal mercato. Quelle scelte artistiche il cui intento è sempre nel rispetto dell'Arte e dell'intelligenza del Pubblico.
Condivido quindi questo merito con Adele Di Palma, la mia manager, la stessa persona che -lo dico sempre con orgoglio- in passato si occupava di Fabrizio De André, con Dario Giovannini e tutto lo staff di Carosello Records, la mia casa discografica, con i collaboratori fraterni di Lugocontemporanea, l'Associazione Culturale cui fanno parte Monia Mosconi e Franco Ranieri, con gli amici di Arci Bologna e il presidente Stefano Brugnara, con il mio braccio destro Fabrizio Tarroni, con il mio sinistro Silvia Valtieri, e con tutti gli straordinari musicisti che compongono la Grande Abarasse Orchestra.
Ancora grazie.

Foto di Rossana Coviello

PHOTO REPORT > 06.08.2016 Villa d'Este - Tivoli



Fotografie di Rossana Coviello











Fotografie di Gianfranco Sforzin







04 agosto 2016

PHOTO REPORT > 01.08.2016 Anfiteatro romano di Lecce

GIANLUCA PETRELLA TRIO 70's + JOHN DE LEO


Fotografie di Andrea Boccalini


Gianluca Petrella : trombone, live electronics
Michele Papadia : tastiere
Stefano Tamborrino : batteria, live electronics
John De Leo : voce, live looping sampler















13 giugno 2016

IL MIO OCCHIO É L'ORECCHIO

L’intervista di Cecilia D’Abrosca per artshumanitiessemiotics 


[Foto di Elisa Caldana]


[…] Restiamo nell'ambito della vocalità, dello strumento voce. Attraverso il suono si può tentare, a esempio, di sottolineare i significati delle parole di un testo letterario. In che modo?
Nella pratica, se sottoponessimo lo stesso testo a più interpreti (registi di sé), per ognuno di questi “dare peso” a quelle stesse parole avrà implicazioni individuali e quindi tecniche di esecuzione e sviluppi diversi; per alcuni ciò potrà essere sensato rimanendo nel registro di un’ottava, per altri sarà opportuno usare tutti i registri possibili, per qualcun altro sarà necessario impiegare una dinamica forte, per altri ancora un bisbiglio, ci sarà chi annullerà le cadenze congenite delle parole, chi sentirà di doverle sillabare ritmicamente in modo arbitrario, chi indugerà in modo distintivo sulle pause, e così via.

Tutto questo per dire che, al di là delle convenzioni stilistiche (e di algide analisi tecniche), l’esperimento si rivela pressoché incodificabile soprattutto perché il filtro è il proprio soggettivo suono, quel tono interpretativo esclusivo che ha vedere con “il suono del proprio senso”, con il proprio corpo e il suo vissuto.